veltroni

Franceschini o no….

E così, il PD ha un nuovo segretario. Si chiama Dario Franceschini, ha 50 anni compiuti l’anno scorso, viene dalla DC di sinistra (qualunque cosa questo voglia dire), ed è stato il vice di Veltroni dalla nascita del PD.
Oggi, all’assemblea nazionale dov’è stato eletto, ha fatto un discorso pieno di risposte precise alle precise domande che arrivano dagli (ex) elettori del PD. Un bel discorso, troppo per non sembrare un copione adatto all’occasione. Ora si vedrà se si trattava solo di parole, o se gli annunci corrisponderanno ai fatti. Io credo che questo partito non possa che riprendere una strada quasi ovvia, incredibilmente trascurata in questi due anni: una sana democrazia interna che preveda che le opinioni prevalenti, pur tenendo conto di quelle minoritarie, vengano interpretate dal segretario e dettino una linea chiara, con la quale naturalmente si può essere d’accordo oppure no. In un partito che deve ancora trovare una sua forma (pratica e politica) l’unanimismo di facciata, ovvero il tentativo maldestro di far contenti tutti, conduce inevitabilmente allo stallo, e s’è visto. Quindi, Franceschini o no, è ora che il segretario di questo partito decida una linea, e la persegua, per evitare di essere ostaggio di qualche soggetto.

In stallo, si precipita.

Stanchezza democratica

Lo ammetto: sono uno di quelli che credeva in Veltroni e nel suo progetto. Ci credevo perchè conosco e ammiro l’uomo, la sua sensibilità, la sua onestà intellettuale. Ci credevo perchè speravo che il nostro paese, smarrito, confuso, stanco, avrebbe capito, e l’avrebbe scelto. Ma questo non è successo, e i numeri hanno dimostrato che non si è trattato di una sconfitta per sommatoria (con la Lega associata al Pdl c’era comunque poco da fare), ma di una sconfitta nel merito. Il paese non ha capito, o non ha voluto, Veltroni. Ancora una volta il paese ha scelto un uomo arrogante, spocchioso, ignorante, furbo, di successo, per rappresentare tutto quello che è, non può non essere, e vorrebbe essere.

Abbiamo insomma toccato con mano che viviamo in un Italia non dissimile da quella del ventennio fascista. Un manipolo numericamente irrisorio di individui ha fatto passi avanti (usa friendfeed, mangia biologico e sushi, legge Palahniuk e si informa con i feed RSS), ma il resto è lì: si lamenta, cerca un cognato di un cugino (o viceversa) per avere un posto fisso, legge Visto, guarda il TG1/2/3/4/5, va in vacanza a ferragosto a Rimini o Ladispoli, oppure compra e vende soldi, è iscritto alla massoneria, va in barca a Porto Cervo, evade le tasse.

Il risultato di questa consapevolezza è un partito (il PD) che, semplicemente, non sa cosa dire, non sa con chi parlare, non sa cosa fare. Il “civilismo”, la proposta politica rigettata dal paese e per definizione non rinnegabile, si è trasformato in una gabbia di stucchevole “buonismo” che rivela ciò che non riesce a nascondere: l’incapacità di prendere posizione sui temi che scalderebbero i cuori raggelati di quel 33% che c’aveva creduto. Lo vedi dalle Feste (come racconta Federico), luoghi freddi e stanchi, e in cerca di identità. Lo senti parlando con la gente al mercato, rassegnata all’inesistenza di un grande partito a cui affidarsi per contrastare la dittatura culturale del pensiero debole. Lo vedi in chi sta guardando a Di Pietro come al salvatore della patria. Lo vedi in me, che per la prima volta da vent’anni mi sento orfano, non tanto di un partito, quanto di un’area di riferimento culturale e di pensiero. E guardo Obama in tv, alla convention democratica, e mi rendo conto di essere disinteressato più che invidioso. Sono stanco. Democraticamente stanco.