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Dignità

Uno dei ricordi più vivi di mia nonna Clara, era il modo in cui faceva a pezzi piccoli il pane avanzato a pranzo e a cena, e lo metteva in un cassetto sotto al tavolo della cucina. Quel pane la mattina dopo veniva immerso nel caffellatte e ammorbidito per poter essere mangiato. E quello che avanzava anche al rito mattutino, si trasformava in pangrattato e ci si cucinava. Mia nonna cuoceva l’insalata non più fresca abbastanza per essere mangiata cruda, e comprava e portava a tavola la carne con rispetto. Quando un giorno di vent’anni fa le dissi “Nonna, io non mangio più carne, sono diventato vegetariano”, mi guardò con aria molto preoccupata e mi disse “fijo mio, e che te magni mo’?”

Mia nonna chiedeva sempre a mio nonno Giulio cosa voleva mangiare per pranzo e per cena. E dopo pranzo gli portava il caffè nel bicchierino di vetro, mentre lui, seduto di spalle alla bella finestra di Testaccio che dava sul Tevere, fumava le sue Gauloises senza filtro. Mio nonno accompagnava mia nonna ovunque lei desiderasse, persino in chiesa la domenica, dove però non entrava. Preferiva andare al club della Roma in via Giovanni Branca, dove discuteva animatamente della domenica calcistica, di Berlinguer e di Andreotti. Qualche volta andavo con lui, e mi piaceva tanto ascoltare il suo vocione tonante con cui parlava dei furti della Juventus o delle “ganasse” dei cardinali. “La cariola co la rota quadra, ve ce vorebbe. Sti quattro mascarzoni, ladri, delinguenti” Poi tornava a prendere mia nonna fuori dalla chiesa, e a passo lento, sottobraccio, se ne tornavano a casa insieme. La camicia perfettamente stirata, con le iniziali ricamate a mano.
I rumori della guerra ancora nelle orecchie.

Una vita da operaio ancora sulle spalle.

Una dignità che non dimenticherò mai.

(Ho pianto, scrivendo queste parole. Si vede che ho fatto bene a scriverle.)

(e grazie a Sir Squonk, che ogni hanno mette insieme i pensieri di tante anime. Perse o ritrovate)

La Lega ha strappato il sol dell’avvenire

E così anche oggi, come in qualunque day after di qualunque elezione, si sgranano i rosari delle percentuali. Qualcuno cerca ragioni di esultanza, altri cercano capri espiatori, altri cercano sostegni numerici alle riscosse politiche. Ma ci sono alcune verità che sono sotto gli occhi di chiunque decida di non serrarli: il PD campicchia, Il PDL cala parecchio al Nord, ma soprattutto la Lega ha fatto il botto in più di mezza Italia. E il tema del referendum sulla persona Berlusconi rimane sullo sfondo, un po’ sfuocato.

Il premio al localismo della Lega ci dice che la gente non ne può più dei referendum su Berlusconi, perchè non è lì il problema. Queste migliaia di persone delle province lombarde, venete, piemontesi, emiliane vanno in massa a votare un partito che ha un progetto chiaro in mente, e che parla delle loro case, degli angoli delle loro strade, lì dove la politica è scomparsa da tempo, dove certamente la televisione mistificatrice del cinismo Berlusconiano nutre la paura di tutto ciò che è “altro”, restringe gli orizzonti e concentra l’attenzione sull’eterno oggi, ma altrettanto certamente c’è qualcuno che tutti i giorni si fa il mazzo per riempire il vuoto dei sogni, raccontando credibili prospettive a lungo termine di piccoli mondi migliori, fatti di piccole comunità autosufficienti al riparo dalla globalizzazione e dalla violenza del mondo marcio, brutto e cattivo.

Certo, è probabile che Lega e PDL siano al punto di equilibrio per cui da ora non potranno che mangiarsi l’un l’altro. Ma se dall’altra parte non ricominciamo in fretta a dipingere chiare alternative possibili e realistiche, che tengano conto con serietà dei VERI bisogni, delle VERE paure, e del VERO vocabolario di strada della VERA gente, allora non rimarrà che il deserto. Altro che sol dell’avvenire.

Santoro, Grillo, e la riduzione del raccontabile

Anche io, come tanti, ieri sera ho seguito Raiperunanotte, apprezzandone i risultati. E anche io, come tanti, sono convinto che l’intera operazione passerà alla storia. Non tanto per i numeri degli “accessi contemporanei” su web (tutti da dimostrare, e anche fossero veri, comunque poco rilevanti in senso assoluto), nè per l’inesistente potenziale politico sul breve termine (come diceva Gilioli), quanto piuttosto per due ragioni anche ovvie: la dimostrazione della possibilità concreta di rompere la muraglia del controllo tv e costruire un evento mainstream di successo anche senza RAI e MEDIASET alle spalle, e l’effetto virale scatenato sulla rete delle clip tratte dallo show, che solo oggi (il giorno dopo) sono diventate immediatamente una grammatica d’interazione dal grandissimo potenziale di fermentazione su tutti i social network.

Ma c’è un’altra riflessione, che merita secondo me di esser fatta. Ieri erano radunati da Santoro (presenti o in video) un buon numero di esperti e veri giornalisti, e cito Travaglio, Jacona e la Gabbanelli su tutti. Ebbene, Jacona nel suo intervento ha parlato di “progressiva riduzione, compressione del raccontabile”, una straordinaria espressione che mi pare dica davvero molto di quel che c’è da dire sullo stato della società e del giornalismo italiano.

Ascoltando questa considerazione di Jacona, non ho potuto fare a meno di pensare alla nefanda avventura del video in cui Mercedes Bresso sembrerebbe augurare la morte ad una signora, malamente manipolato (da chissà chi) e sparato ovunque da Grillo e dai suoi seguaci (e sconfessato dallo staff della Bresso con un’altra ripresa, vedi qui il confronto, qui la storia raccontata da Mantellini).

Ora, se il cosiddetto “potenziale informativo della rete” emerge come sostituto degli esperti raccontatori di storie, nel rifutare la realtà impacchettata e celestina delle televendite Berlusconiane rischiamo di affidare il nostro orizzonte di conoscenza sociale ad un gran numero di hobbysti (fra cui un gran numero di imbecilli), il cui pseudo lavoro, che consiste nel giocare con movie maker per manipolare la realtà pensando in buona fede di raccontarla, non è altro che funzionale a questa costante e progressiva “riduzione del raccontabile”. E più il raccontabile si riduce, più stupidaggini circolano in rete, in un loop devastante che annulla qualunque tentativo di fornire alle menti in trance di troppi italiani un quadro chiaro del paese in cui vivono.

Che siano sulla RAI o che siano altrove, i raccontatori di storie, quelli veri, quelli che sanno che la realtà va interpretata per renderla comprensibile, quelli che sanno che una vera inchiesta non si fa sbattendo un telefonino indignato di fronte a persone indignate, sono vitali per una democrazia, e vitali per la costruzione di un proficuo e utile tessuto di reporter diffusi. Senza la loro sintassi a fare da guida, non si amplia il raccontabile, si limita a sguazzare nella fanghiglia che rimane disponibile.

5 appunti per un focolare catodico 2.0

Ho letto con molto interesse la nota dell’amico Antonio Pavolini scritta a margine della presentazione del libro di Giampaolo Colletti “le TV fai-da-web”. Antonio analizza con grande lucidità le ragioni per cui nel nostro paese non si usa Internet “a due vie” , e chiude con una punta di rammarico:

E’ una occasione perduta, perchè è proprio sfuggendo alla logica e ai meccanismi narrativi della tv che ci ha condizionato per tanti anni, sperimentando nuovi linguaggi e liberandoci una volta per tutte dall’ossessione di controllare un palinsesto di flusso (a organizzarlo, se proprio è necessario, ci pensano gli utenti stessi) che si può fare della micro web tv uno strumento in grado di “fare massa critica”

Non lo contraddirei, non è sbagliato, come non è sbagliato considerare come occasione perduta un giorno d’estate piovoso. Il punto è: poichè piove, e al mare non possiamo andare, che vogliamo fare?

Il nostro paese, forse meno di altri paesi europei (ma verificherei prima), è incrollabilmente ancorato alla tv di flusso. Tutto il video italiano che ruota nella rete si può considerare “di risulta” dalla presenza ingombrante dei palinsesti raiset: stralci di tg e talk show stracommentati, reportage che fanno il verso ai servizi del tg, comici e ballerini improvvisati che si esibiscono davanti alle webcam sperando di fare il colpaccio e finire in show come “Amici”. La rete è l’anticamera, o la camera di decompressione, della tv. Basta ricordare il panico che si è creato nei giorni di switch off verso il digitale terrestre, per rendersi conto che il monolite del rituale casalingo non cambia, e non è mai cambiato negli ultimi 50 anni. Possiamo lamentarcene, certo, ma se vogliamo innovare davvero, o almeno tentare di accelerare un lentissimo e pericoloso processo di decomposizione della tv di flusso (evitandone i pericolosi colpi di coda), dobbiamo chiederci cosa fare stante la situazione attuale, non limitandoci a costruire operazioni alternative di nicchia destinate a rimanere nella nicchia. E secondo me, le linee guida sono sostanzialmente cinque.

  • Sorvegliare l’integrazione fra televisore domestico e internet
    E’ meno banale di quel che si possa pensare, perchè è proprio sul divano di casa, e accanto al tavolo della cucina, che si gioca la partita, e il rischio dei “walled garden” è altissimo. Bisogna seguire gli sviluppi di questo processo, e premere dal basso per la maggiore standardizzazione possibile.
  • La qualità fa la differenza
    Oggi basta attaccare un telefonino a Livestream, ed ecco qua il tuo programma tv in diretta, ma anche il modo migliore per uccidere creatività e interesse intorno all’audiovisivo su web. Il fatto che sia facile non vuol dire che funzioni bene, e gli utenti/spettatori la differenza la vedono eccome! Da operatori nel settore, bisogna essere intransigenti su questo, non importa se passiamo per rompiscatole ossessionati dalla qualità, ma c’è una soglia minima sotto la quale è meglio non fare. RIcordiamo che produrre audiovideo di qualità non costa tanto, a volte la differenza è solo la competenza. E l’incompetenza uccide scenari e mercati.
  • Diretta: il qui e ora
    Nonostante si parli normalmente di video on demand come cardine della fruzione audiovisiva su web, trasmettere in diretta ha alcuni vantaggi ineludibili nel contesto a cui siamo abituati: il meccanismo di amplificazione dato dai media tradizionali, più forte nel caso di eventi legati ad un preciso momento temporale, e l’idea stessa di evento come elemento catalizzatore dell’attenzione degli spettatori. L’idea di ondemand è più forte se la si considera come “soluzione-per-rivedere-l’evento”. Inoltre, è più facile associare soluzioni innovativi di interazione realtime, per far entrare nell’uso comune l’idea dell’internet a due vie.
  • La scrittura della serialità
    Se da una parte è vero che l’attenzione su web tende a decrescere su prodotti seriali, la capacità autoriale di scrivere per la serialità è anche la migliore medicina per far entrare nell’orizzonte quotidiano un format di qualsiasi tipo. Bisogna solo farlo bene.
  • VIPS on the rocks
    E’ una vecchia storia, ma sempre vera: quando c’è un “nome” (conduttore o ospite che sia), il 50% del successo è assicurato.

Si tratta solo di qualche spunto, discutibile e integrabile. E sono cose forse più facili da dire, che da fare. Ma sono abbastanza convinto che per fare seri passi avanti nella direzione dell'”audiovisivo a due vie” non possiamo trascendere dalle abitudini consolidate: ricordiamo che uno dei proverbi più amati in questo paese è “chi lascia la via vecchia per la nuova, sa che cosa lascia, ma non sa che cosa trova”.

Giornalismo e Betacam da 20Kg

Ho finito da poco di ascoltare, in diretta su Sky, la puntuale ricostruzione cronologica da parte di Berlusconi degli eventi del famigerato giorno di presentazione delle liste. Al di là della ricostruzione vera e propria, puntuale e precisa ma non per questo necessariamente vera, durante le insignificanti domande di alcuni giornalisti, un individuo ha protestato vivamente per ragioni non chiare poichè l’audio ambiente non veniva ripreso dalla telecamera di Sky. Si sono sentiti chiaramente invece gli insulti di Berlusconi che lo trattava come un mentecatto provocatore indegno di avere il microfono e la parola. Non si sa quindi se si trattava di un giornalista a cui non è stata data la parola, o un semplice cittadino indignato che protestava ad alta voce.

Ne è seguita una gazzarra proseguita anche al termine della conferenza stampa, il cui contenuto era assolutamente inintellegibile dalla trasmissione su Sky, poichè l’operatore attestato su cavalletto con la sua Telecamera Betacam da 20Kg si è potuto limitare a riprendere un totale con una selva di teste fra cui La Russa, Verdini, il giornalista accusato di essere un disturbatore, e una serie di telecamere grandi e piccole che riprendevano ciò che potevano per documentare la situazione.

Mentre assistevo a questo nulla trasmesso da Sky, riflettevo sul fatto che le esigenze qualitative di un grande network televisivo non si conciliano con la copertura integrale di uno spazio in cui si svolge un evento (eccetto per le partite di calcio dove le 10/12 telecamere presenti sono in grado di documentare tutto ciò che accade sul campo e fuori), con il risultato che la lettura offerta non coinciderà mai con quanto è davvero accaduto. In questo caso, come in molti altri, non abbiamo avuto risposte a varie domande importanti: chi era l’uomo che protestava? Cosa voleva dire? Quanti giornalisti erano presenti in sala? Ce n’erano altri che avrebbero voluto parlare e non gli è stato consentito?

Ecco, non potendo per ovvie ragioni coprire ogni conferenza stampa, ogni manifestazione, o ogni altro evento con le 10 telecamere utilizzate per le partite di calcio, viene da pensare che una selva di handycam in grado di coprire efficacemente uno spazio, pur non garantendo la qualità coerente con le esigenze di un network, potrebbero raccontare molto più efficacemente un evento dai vari punti di vista necessari per avere un quadro chiaro della situazione.

Sono certo che frammenti audiovideo di quello che è accaduto durante questa conferenza stampa saranno presto disponibili su youtube (di camere di piccolo/medio formato più vicine al luogo della discussione ce n’erano diverse), e non ci vorrà molto a scoprire chi era e cosa voleva quel giornalista infuriato, ma si tratterà per l’appunto di frammenti, che dalla grande massa di persone verranno raccolti in modo ugualmente decontestualizzato, come se appartenessero a eventi diversi.

Altro effetto di informazione (e di giornalismo) produrrebbe invece una testata autorevole che segua gli eventi piccoli e grandi con tre o quattro videomaker rapidi e leggeri, in grado di garantire una copertura “a zona” per fornire al pubblico la lettura completa di ciò che avviene durante un evento, invece che con una pesantissima telecamera fissata su un cavalletto e collegata all’audio istituzionale.

Il sogno del grande sogno

Ho un debole da sempre per i film che raccontano spaccati dell’Italia della contestazione, dal 68 in poi. Sono andato quindi con spirito tutt’altro che prevenuto, a vedere Il grande sogno, film di Michele Placido ambientato in quegli anni (dal ’67 al ’69), ma sono uscito dal cinema tutt’altro che soddisfatto. Non m’è piaciuto, anzi, penso proprio che sia un film riuscito male, vittima di una serie di errori che lo rendono poco coinvolgente, eccetto alcuni momenti strappacore che commuoverebbero un morto, figuriamoci un comunista.

Il peccato originale del film è la malriuscita alchimia fra dramma borghese privato e racconto storico. Nelle intenzioni, Placido voleva evitare l’affresco per concentrare il racconto sulla vicenda della famiglia di Laura (Jasmine Trinca) e Andrea (Marco Iermanò); in realtà la suddivisione dei piani non è armonica, e la sceneggiatura è fortemente bidimensionale. Il risultato è un piattume generale senza profondita, con mille elementi abbozzati senza sviluppo – in qualche caso anche ridicoli, come lo spunto che porterà Andrea alla decisione di partecipare ad un attentato, un pretestuoso dialogo di appena due minuti. La mancanza di alcuni passaggi logici, la frettolosità con cui vengono trattati diversi elementi anche importanti, e l’autocompiacimento manierista di alcune scene di rievocazione storica, completano il quadretto di un prodotto cinematografico incompleto, superficiale e poco “governato”. Peccato, perchè gli attori sono bravi (Jasmine Trinca in particolare), il soggetto è buono, e Placido dietro alla macchina da presa ha fatto cose egregie.

Ho dimenticato la mia vita

In questi quarant’anni ho fatto tante cose. Ho amato e sono stato amato, mi sono emozionato di fronte a mille cose, ho superato difficoltà che sembravano insormontabili, e attraversato tante rivoluzioni, personali e professionali. Una vita ricca, insomma.

Il problema è che non me la ricordo.

E non parlo di amnesia, mi ricordo come mi chiamo, dove abito, dove ho abitato, le mie esperienze professionali, i miei amori, le tantissime persone che ho conosciuto, una per una. Mi ricordo tanti stati d’animo di tanti momenti importanti. I volti, non ne dimentico uno. Ma non mi chiedete di raccontarvi una serata, una vacanza, un aneddoto, una conversazione. Di ciò che ricordo non conservo una memoria narrativa, quanto piuttosto fotografica, ed emotiva. A volte rimango basito quando vecchi amici mi collocano in epici racconti di cui conservo appena una cornice sfumata. In quei momenti penso che vorrei fare un viaggio a ritroso, ricontattando persone a cui ho voluto bene e che non vedo da anni, e farmi raccontare da loro la mia vita. Ecco, mi piacerebbe scrivere un diario all’indietro, compilandolo giorno per giorno con tutte le piccole storie, tutti i dettagli che ho dimenticato, e che mi hanno trasformato in ciò che sono oggi.

E mentre sto scrivendo, mi rendo conto di aver avuto una bella idea per un film. Che forse potrebbe finire con una scena in cui il protagonista guarda il diario che ha appena finito di scrivere, accenna un sorriso, e lo getta nel mare. E poi si avvia di spalle, con le mani in tasca, mentre scorrono i titoli di coda.

Porte che si chiudono

Chi mi conosce cominciava a chiedersi se l’avrei mai fatto, questo trasloco di cui parlo da tanto tempo ma che sembrava non concretizzarsi mai. Segni di un futuro da non voler vivere, forse, un procrastinare per non voler chiudere davvero una porta che ha significato così tanto nei miei ultimi tre anni e mezzo.

Ma quando tra ieri sera e stamattina ho cominciato a rimuovere libri dalla grande expedit, e vestiti dall’armadio, e quando ho firmato la richiesta di noleggio del furgone classe B per venerdi 7, la realtà di un passo non più rimandabile si è mostrata davanti ai miei occhi con tutto il retrogusto amaro che ti aspetti, ma non ti aspetti; venerdi sposterò le mie poche cose dalla casa di Testaccio alla nuova casa di Via Oderisi da Gubbio, e la porta sul mio passato recente, forse anche dolorosamente recente, si chiuderà definitivamente, insieme a tutte le altre porte chiuse su cose belle, anche molto belle, negli ultimi anni, mesi, giorni, ore, minuti.

E così, oggi ho scelto di lasciare passare un po’ di dolore, che non puoi sempre contrastare. A volte devi lasciargli fare la sua strada e i suoi danni, l’unico modo che esista al mondo di elaborare i propri lutti e uscirne un po’ più robusti. Per poi andare avanti, ancora più forti di prima.

State of play

Cercavo una buona occasione per tornare a scrivere sul blog, e me l’hanno fornita Vincos e Markingegno di Digital PR, che molto gentilmente mi hanno invitato all’anteprima per blogger di “State of Play”.

Sono arrivato alla saletta privata della Universal sulle ali di uno sturm & drang che si è abbattuto sulla capitale verso le 20 di ieri sera, portando con me uno spritz bevuto troppo in fretta, e un ottimismo sulla qualità del film parzialmente mitigato dalla preoccupazione di ritrovarmi di fronte alla classica americanata che finisce con l’inseguimento-e-conflitto-finale nel garage, ai docks, o in qualche capannone/magazzino. A dirla tutta l’inseguimento nel garage nel film c’era, ma non quando te l’aspetti, e con esiti tutt’altro che scontati. Che poi è la cifra del film: un prodotto d’intrattenimento di ottima fattura, con bravi attori, bella regia, e sceneggiatura non ricavata da qualche template prefabbricato, ma scritta con attenzione e mestiere, e con svariati risvolti anche di un certo peso.

Il film è incardinato su un’indagine giornalistica di una complessa situazione che vede coinvolto un deputato (Stephen Collins, interpretato da faccia di bronzo Ben Affleck al di sopra dei suoi standard consueti) alle prese con un’inchiesta governativa su un’agenzia di sicurezza privata (pensare alla Blackwater non è azzardato). L’indagine del Washington Globe viene avviata alla morte della collaboratrice (e amante) di Collins e affidata a Della Frye, blog editor che “costa poco, è ambiziosa, e produce tantissimo” (la bella e bravina Rachel McAdams), ma si aggancerà rapidamente ad un’indagine su un altro omicidio solo apparentemente scollegato, condotta da Cal McAffrey (un grande Russel Crowe) ruvido giornalista “di strada” e amico di vecchia data di Collins.
Sullo sfondo (e nell’intreccio), la crisi del giornale (e di tutti i giornali), il bisogno di far soldi in fretta rischiando lo scandalismo pur di bruciare le altre testate, e il diritto di cronaca che diventa dovere di cronaca quando il bivio è fra i sentimenti e il proprio mestiere (e qui evito lo spoiler, se ne riparlerà).

Il film riesce ad non essere didascalico nè manicheo nonostante i temi, padroneggia i riferimenti del classico cinema di genere, e trova un buon bilanciamento fra esigenze narrative e complessità dell’intreccio, con un risultato godibile e non scontato che vale la visione.

Chicca del film, l’utilizzo di due diverse camere Panavision – una classica 35mm pellicola per le scene in esterni e del mondo giornalistico, e una Genesis digitale per le scene del mondo politico, scelta a cui lo spettatore probabilmente non fa caso (io l’ho letto prima, e comunque non ne ho preso coscienza durante la visione), ma che ha certamente un peso nell’equilibrio formale del film.